Cassano +10

scritto da @alejandromendo

A seguito del fenomeno virale #IceBucketChallenge, ultimamente girano su Twitter e Facebook una marea di liste con “i 10 libri più belli che hai letto”, “i 10 locali più loschi in cui hai ballato”, “i 10 piatti più fotografati e instagrammati” e chi più ne ha, più ne pubblichi. Nel mondo del calcio 2.0 non mancano gli XI tipo riproposti una e mille volte dai media: squadre scandalosamente squilibrate che schierano un centrocampo di (ma anche troppa, diciamolo) fantasia Platini-Maradona-Zidane, con Cruyff e Cristiano Ronaldo esterni, Messi dietro la punta e Van Basten davanti che la butta, sempre se gli altri la passano. È bello fantasticare e “siamo qui per questo” ma una squadra del genere le prenderebbe contro, che so, la frizzante Udinese di Guidolin e le ripartenze o il roccioso Atletico del roccioso Simeone. Per dire. A me questi XI storici non convincono.

Ho trovato invece molto interessante la lista dei 10 calciatori “che più mi hanno emozionato”, così ho letto su un post di un amico interista che mi nominava. Allora mi sono detto di fare un’eccezione e provare un po’ di sano engagement tra gli amici. Una vez al año no hace daño. Ho confezionato una lista del tutto soggettiva, volutamente di parte: la mia. Una classifica da analizzare prima di giocare una partitella, magari facendo stretching, oppure davanti a una birra. È stato bello ripercorrere gli anni di memoria calcistica e strutturarli, quasi senza accorgermene, in pacchetti di 4 anni, cicli inevitabili che corrispondono a ogni Mondiale. Lo fate anche voi, 94, 98, 2002, ne sono sicuro.

Ecco la mia lista, dove l’ordine, anche se difficile da stabilire in alcuni gradini, non è per niente casuale.
E nemmeno lo spazio fra il podio e il resto.

1) Messi
2) Cassano
3) Iniesta

4) Rivaldo
5) Pirlo
6) Ronaldo
7) Figo
8) Ronaldinho
9) Del Piero

Bonus crack:
10) Diego Tristán

Già vi sento. Ma come fai ad includere Cassano?

Si parla di sensazioni e come tanti di voi sapete, escluso Messi che non fa parte di questo pianeta, Antonio di Bari Vecchia è il giocatore terreno che è riuscito a farmi emozionare di più. Ho detto terreno, non terrone. Sarà il suo potenziale mai del tutto espresso: le capacità che uno deve indovinare in un esercizio di fede calcistica che solo i sognatori riescono a concepire. Riusciamo, volevo dire. Guardare Cassano richiede uno sforzo che è spesso superiore a quello dimostrato da lui sul prato, gli occhi e la mente firmano un inspiegabile patto secondo il quale è necessario valutare le sue giocate per quel che sarebbero potute essere, quel che noi avremmo voluto che fossero. Non è da tutti e non tutti lo capiranno. E allora ogni tanto rispondo alle domande degli amici con argomenti più mondani: mi tocca affermare che ammiro il talento puro nel regalare assist che sono caramelle per i centravanti e la furbizia di chi ha imparato a giocare in strada. Fantantonio è quella ragazza a cui mandi un messaggio quando ormai non serve più per dirle uno spensierato e amaro “cosa saremmo potuti essere, io e te”.

Davanti a lui e davanti a tutti c’è e ci sarà sempre Messi, abbastanza incompreso in Italia, ma ne scriverò a riguardo un’altra volta. Forse. E poi c’è Iniesta, il calciatore più normale -dal punto di vista umano- che vedremo mai, ora che la normalità è rara come uno stop delizioso in area. Colui che si è trasformato in mito ben due volte facendomi urlare di gioia a Stamford Bridge ma soprattutto in Sudafrica, il prescelto per portare la prima stella sul petto di noi spagnoli. Doveva essere lui, il calcio a volte è giusto. Eleganza galleggiante in campo, mai una parola di troppo, mai un tocco in più né in meno. Il buon Andrés ha calciato con insolita rabbia due volte nella sua carriera, ma che due volte.

Chi c’è 

Ho sempre seguito il Barça da vicino, dai tempi in cui non abbracciavamo lo streaming come forma di vita. Dopo il banchetto di titoli vinti nelle ultime stagioni, sono riuscito a valutare con giustizia quei fenomeni che dovevano fare tutto da soli o quasi in tempi difficili in cui si festeggiava anche un quarto posto. Sì, mi riferisco alla cilena al 90′ del mostruoso Rivaldo contro il Valencia, che fece impazzire il presidente Gaspart in tribuna e che da sola giustifica un altro quarto posto, quello della mia lista. Da adolescente ho chiesto esplicitamente le sue scarpe blu con il logotipo Umbro in giallo: Rivo è stato per me il giocatore che trasmetteva più pericolosità da lontano, anche a 25 o 30 metri dalla porta riuscivi a sentire l’aria del gol. Nemmeno il Messi più frizzante largo a destra è riuscito a farmi rivivere quella sensazione, e questo la dice tutta su Rivaldo.

Lui come Ronaldo, Figo e Ronaldinho sono stati veri idoli per me nonostante periodi post-Barça deludenti, che sia per ragioni fisiche o etico-sportive. Anche se trattandosi di emozioni, quella teatrale componente di tradimento o decadenza fa apprezzare ancora di più “quel che avevi finché ce l’avevi”. Ecco, loro sono quella ragazza che hai visto invecchiare male e/o andare da un altro. Poi ci ripensi e sicuramente non ti manca lei, ma il concetto.

Completano il mio trio italico comandato da Cassano due icone: Pirlo e Del Piero. Andrea grazie alla classe indiscussa dentro e fuori dal campo, quella barba e dei piedi prodigiosi, e Alex per via delle numerose gioie regalatemi per anni, in forma di punizioni pazzesche o reti segnate al Real. Quello fa tanto, in effetti. Ma questa lista è per definizione irrazionale e non occorrono spiegazioni.

Chi manca

Essendo nato nell’86 i miei primi ricordi calcistici sono il Dream Team allenato da Cruyff, ma la versione matura che vinceva le partite 4-3 o 5-4, non quella titubante dei primissimi anni 90, quando il genio olandese rischiò seriamente la panchina blaugrana. L’eleganza di Laudrup, la grinta di Bakero, il sinistro razziale di Stoichkov o le magie di Romario, quel “giocatore di cartoni animati” (cit. Jorge Valdano), sono state quindi le mie prime lezioni davanti alla tv.

Mentre scrivo queste righe mi pento di aver lasciato fuori dalla mia lista questi fenomeni di un calcio che guardavo con la curiosità di un bambino che impara ad esultare se la propria squadra segna, che ascolta distratto i commenti tecnico-tattici dei grandi e che capisce da subito che l’arbitro è un personaggio antipatico alquanto necessario, ma quello va capito solo dopo anni. Per me il calcio era un gioco e basta, il più importante dei giochi.

Chiedo infine scusa ma non c’era nemmeno posto per: la qualità olandese di Bergkamp e Kluivert, la fame dell’esplosivo campione Eto’o, la quantità e sostanza britannica di one-club man Gerrard, lo stile dolcemente prepotente del miglior Henry all’Arsenal o il genio inesauribile dello svedese caratteriale Zlatan, che strapperebbe incazzato questa stupida lista, mettendosi a palleggiare davanti a me con la pallina di carta.

Proprio Ibra però, ne sono certo, sarebbe d’accordo con me su quanto scritto su Cassano. E si chiude il cerchio.

Anuncios

Responder

Introduce tus datos o haz clic en un icono para iniciar sesión:

Logo de WordPress.com

Estás comentando usando tu cuenta de WordPress.com. Cerrar sesión / Cambiar )

Imagen de Twitter

Estás comentando usando tu cuenta de Twitter. Cerrar sesión / Cambiar )

Foto de Facebook

Estás comentando usando tu cuenta de Facebook. Cerrar sesión / Cambiar )

Google+ photo

Estás comentando usando tu cuenta de Google+. Cerrar sesión / Cambiar )

Conectando a %s