Luis Enri Che, Luis Enri Come

scritto da @alejandromendo

Caro Lucho. Sei arrivato con idee chiare e un discorso fresco alquanto coerente, ribadendo spesso e volentieri che anche tu da tifoso blaugrana non potevi che desiderare il meglio per la tua squadra. Messaggio semplice ma efficace. Era il mese di giugno, el Tata Martino faceva ancora le valigie prima di rientrare silenzioso in Argentina e ti sei presentato al mondo con l’aria frizzante di chi accetta una sfida che aspetta da una vita. Sei salito su uno di quei famosi treni che passano una volta sola. Davanti a tutti, sicuro di te, hai risposto senza troppi giri di parole quando ti è stato chiesto quale sarebbe stato il ruolo di Xavi, di Fábregas, di Piqué. Nomi caldi e temi caldi che hai tuttavia affrontato con freddezza e con la naturalità che da tempo mancava in un’istituzione sconvolta da troppe polemiche esterne. Sei finito subito sotto i riflettori. Sembravi però a tuo agio, consapevole dell’esigenza della cattedra che ti era stata affidata, la più importante che mai occuperai. Hai allontanato ogni polemica dal primo minuto, hai abbracciato in maniera intelligente il Guardiolismo e sottolineato “l’amicizia che lega noi e le nostre mogli”. Hai soprattutto promesso che il tuo Barça sarebbe diventato imprevedibile per i rivali. Imprevedibile, hai azzeccato il termine già al tuo esordio. Ti ascoltavo distratto, tanto dite tutti un po’ le stesse cose, e ora non saprei se l’hai fatto ex professo, ma io da quella tua frase sono salito sul vagone, se mai ero sceso. Ho dunque fatto l’esercizio di fede di cui avevo bisogno dopo una stagione da archiviare perché effettivamente il tuo “body language” mi era sembrato familiare. Ho scelto di fidarmi di te.

Caro Lucho. Forse giocavi ancora o avevi smesso da poco, ma credo ricorderai che qualche anno fa Rafa Benítez aveva criticato il calciomercato estivo del suo Valencia vincente perché gli avevano portato una sedia quando lui aveva chiesto una lampada, o viceversa, tanto vale. Te invece non ti sei lamentato dell’arredamento a tua disposizione dopo un’estate deludente in cui la direzione sportiva non ha fatto obiettivamente i compiti. Di nuovo. Magari Mathieu, Rakitic e Suárez sono le lampade che avevi chiesto, ma a me questo non comprare mai un centrale di livello mondiale ha stufato (sportivamente). Ti sei quindi tenuta stretta una rosa non abbastanza rivoluzionata e questo comportamento ti fa onore. Certo, non sapremo mai se hai dovuto “ingoiare” -così si dice in spagnolo- con i vari Dani Alves o Xavi rimasti in squadra, ma hai detto pubblicamente che i giocatori attuali bastano per raggiungere gli obiettivi. Per la cronaca, anche se sembrava che lo sapessi durante il tuo primo giorno di scuola, ci tengo a ricordarti che gli obiettivi sono vincere tutto, sempre, giocando bene.

Caro Lucho. Hai iniziato la stagione in maniera impeccabile: mi sono quasi dimenticato di un calendario in discesa quando per settimane hai accumulato vittorie e proposto fasi di buon gioco, mai eccellente e mai per più di 10 minuti, ma noi del Barça siamo abituati male, è risaputo. Partenza di fuoco. Sei riuscito a non subire gol nelle prime 8 giornate e hai “costruito la squadra a partire dalla difesa”. Per fortuna queste parole non sono tue -mi avresti deluso- ma dei giornalisti, ostinati nell’evidenziare una statistica che, seppur eclatante, era più demerito dei centravanti rivali che merito della nostra difesa. Che concedeva allora e continua a concedere adesso, incassando in ogni gara dopo il Bernabéu. Proprio quella partita è stata la tua svolta, in negativo però: siamo stati smascherati nel Clásico, dove ammetto di aver parzialmente perso la fede che avevo in te. Non per il risultato, hai la mia parola, ma per il “come”. La coerenza che tanto avevo apprezzato in te quel primo giorno davanti alle telecamere è sparita insieme all’imprevedibilità nell’attaccare la difesa madridista. Più ci penso e meno capisco quel tuo XI titolare contro gli atleti di Ancelotti, come li aveva battezzati Pep la scorsa stagione. Una volta digerita la netta sconfitta mi sono detto che, per rimanere in tema miti del barcelonismo, dopo tutto anche Cruyff e lo stesso Guardiola soffrivano attacchi di allenatore contro l’eterno rivale, quindi ho provato a rinnovare la fiducia che avevo in te.

Caro Lucho. Come il protagonista del film Memento, da quando guidi la nave mi preparo per le sessioni settimanali di doveroso streaming scrivendomi su un post-it che “Per anni abbiamo vinto tutto, letteralmente, giocando come gli angeli due o tre volte a settimana. Adesso anche solo vincere va bene”. Devo però confessarti che questo tuo Barça non mi sta facendo innamorare, anzi, e così il pezzo di carta finisce strappato nell’immondizia a fine primo tempo. Non dominiamo, non controlliamo, giochiamo da squadra piccola, soffriamo. Voglio concederti il margine che serve ad ogni nuovo progetto, ma tu ricambia con qualche certezza, anche solo ideologica, se riesci. Ho smesso di capire le tue scelte sportive da quando schieri Piqué titolare quattro volte di fila e poi lo lasci in panchina per altre tre partite consecutive, da quando il giorno della verità a Madrid hai preferito Mathieu terzino sinistro a Jordi Alba, che non sarà la tua lampada ma illumina eccome il nostro attacco, spesso centrale, prevedibile. Mi è sfuggito, più recentemente, il perché della clamorosa rotazione di Neymar e Suárez appena prima della sosta delle nazionali: se volevi sorprendere la difesa dell’Almeria ci sei riuscito. E chiamami classico, ma la doppia sostituzione -Munir e Pedro fuori, Luisito e Ney dentro- durante l’intervallo non è da allenatori con le idee chiare.

Caro Lucho. No, non voglio cadere nel luogo comune e scrivere che sei inesperto su una panchina del genere perché la gioventù non è un peccato. Tu però dimostrami che le idee, se valide e coerenti, sono anacronistiche. Non commettere lo stesso errore del tuo predecessore Martino: se non credi nel continuismo e siamo davvero giunti a quel “fin de ciclo” maledetto che i nostri nemici vogliono e sperano da anni, allora proponi qualcosa di nuovo, di diverso, di tuo. Aggiorniamo le basi concettuali e ripartiamo con i tuoi principi, rivediamo lo stile per vincere ancora, sei stato scelto per questo. Apri le finestre del Barça per far cambiare l’aria di una squadra che aveva e ha bisogno della boccata di freschezza che si intuiva quando ti sei presentato frizzante in società e mi hai convinto. Sei in ritardo ma sei ancora in tempo. Sii te stesso, dalle scarpe sportive con l’abito elegante durante le partite agli occhiali da sole negli allenamenti. Trasmetti il tuo carattere ai tuoi, quando giocavi ne avevi da vendere.

È vero che la massa ti giudicherà dal “che”, dai risultati, ma se ti può servire, sappi che io lo farò dal “come”. Sempre.

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