Ascoltate Uno Straniero

scritto da @alejandromendo

Per noi amanti veri del tanto proclamato sport più bello del mondo non esiste un campionato meglio di un altro. Sarebbe come chiedere a un bambino “a chi vuoi di più, a mamma o papà?”.

Ma cosa sto dicendo, non è vero. Da piccoli sapevamo benissimo la risposta: chi di noi era nato più Mourinho dava la colpa al medico o all’arbitro, “che domande fai, mamma!”, e chi di noi più Guardiola sorrideva ironico prima di deliziare il pubblico con un democristiano “io? entrambi!”.

Abbiamo pronta una risposta anche ora, da grandi; il campionato domestico più bello di tutti è quello italiano. Il problema è che lo sanno in pochi e lo dicono (lo twittano, capitemi) ancora in meno.

Ergo ascoltate uno straniero.

È vero che come si suol dire non si nasce imparati. E scusate se abbasso momentaneamente il registro —come si abbassava il buon Kovačić a chiedere palla nell’Inter disperata di Mazzarri o in quella volenterosa di Mancini, vedremo se dovrà farlo nella Casa Blanca oppure Ramos lancerà direttamente per CR7, skippando il timido croato come facciamo su Spotify con i tormentoni estivi— per dimostrarvi la superiorità italica, ma cazzo, avete avuto la Serie A davanti tutta la vita e non lo capite…

Mi spiego. A differenza di quasi tutti voi lettori, io non sono cresciuto con in tasca le figurine Panini del Divin Codino Baggio, di Baresi, del Cigno Van Basten o di Batigol ma con quelle di Romario, di Amavisca (non potete saperlo, ma il suo cromo era introvabile, stagione 94/95 se non erro, e per queste cose non erriamo mai), del discolo Stoichkov o del gordito Ronaldo, che il 20 giugno del 97 passò dal Barça all’Inter e quindi dalle mie alle vostre tasche. Avevo 10 anni e no, non ero pronto.

Così, solo da grande ho saputo del record d’imbattibilità di Sebastiano Rossi, solo su Youtube ho visto con occhi perplessi il rigore biblico non fischiato proprio al Fenomeno in Inter-Juve e solo su Wikipedia ho avuto modo di accertarmi che FantAntonio Cassano, colui che sarebbe poi diventato il mio idolo, era magicamente nato il giorno in cui vincevate i Mondiali al Bernabéu nell’82.

Serva quindi quanto scritto a spiegarvi in modo volutamente disordinato e nostalgico che io il vostro campionato —così come la vostra cultura, la vostra lingua, le vostre genti— l’ho incontrato da grande, come si incontra quella ragazza con i capelli rigorosamente lunghi, occhiali da sole della stagione che verrà e una marcia in più. Sì, esatto, colei che ti fa dimenticare tutte le precedenti, le sconfitte, i pali e le traverse. Il dibattito è eterno, ma allora scegli o sei scelto? Eh. Se (come me) vi sentite più giocatori che allenatori, la seconda, va.

Come le cose e persone che più ci prendono, la Serie A non mi è stata imposta, è arrivata quando ero pronto, più o meno. Non andava più di moda quando l’ho incrociata a settembre in Facoltà e l’ho fermata con una trattenuta elegante che avrebbe reso fiero Bonucci. Dopo i primi sguardi complici, un tacco volante di Ibra e un lancio alla Pirlo di Pirlo, entrambi capimmo che un’intesa fisico-mentale del genere non si ricordava dai tempi di Totti-Cassano alla Roma. Diventai Pazzo Pazzini di lei, subito.

La Serie A non è stata per me una scelta scontata, anzi. Per voi forse fa parte del paesaggio come un perenne Ryan Giggs allo United o un Xavi dal look eterno al Barça, ma persino loro se ne sono andati e già mancano quindi credetemi, un campionato così ricco dovete tenervelo stretto. Apprezzatelo. Ovviamente non sto parlando di soldi, quelli arrivano dalle tv e vanno al Watford, al Bournemouth e al Norwich, squadre che ad oggi più che arrivare in Premier vincono il SuperEnalotto, io parlo di una ricchezza ideologica, geografica e concettuale che fa sì che ogni volta che conosco uno di voi (al pub, in ufficio, in una sincera stretta di mani dopo una partita a pagamento, al supermercato… tanto si finisce a parlare di calcio ovunque, e meno male) non sappia in anticipo la risposta alle mie domande calcistiche o vitali, non abbia idea di per quale squadra facciate il tifo, di come siete fatti, ecco. Non vorrei fare il Sacchi saputello da trasmissione tv io-ho-inventato-il-calcio-moderno, ma la vita è più eccitante quando non si sanno tutte le risposte.

Ai miei occhi —la prima impressione conta, il primo tocco è il più determinante nel gioco del calcio— potreste essere tifosi sfegatati della Roma, passionali palermitani,  soffertissimi interisti o extitolati milanisti, orgogliosi fiorentini o classici torinisti, laziali convintissimi, religiosi napoletani oppure i più diffusi nello stivale, juventini rumorosi o cauti. Oppure…

L’imprevedibilità delle vostre risposte e la varietà delle magliette che tirate fuori dalle vostre borse quando si gioca nei campetti di tutta Italia è la forza del vostro calcio. Uno prova quasi imbarazzo nel dichiararsi tifoso blaugrana: ai vostri “eh beh è facile, siete troppo forti, un altro gioco fate” rispondo solitamente con immacolato sorriso alla Beckham “eh lo so, ma quando ero piccolo non era mica così…”, ma il più delle volte non mi lasciate neanche finire la frase, già inghiottiti dal proprio cellulare per completare la formazione del Fantacalcio e mi interrompete, ma Dybala gioca o cosa?

A dover di cronaca la mia scelta scontata è la Liga, quella donna che conosci a scuola quando ancora non era donna e tu non giochi neanche nei pulcini. Affidabile e naturale, non ti chiedi il perché del suo arrivo e da grande fai fatica a cancellarla dalla rubrica. La Liga sa di casa, di infanzia.

La mia scelta consapevole invece, per quanto uno riesca ad essere lucido nella vita e nel calcio (ma sono la stessa cosa, spero sia chiaro a questo punto del post) è stata la Serie A. Il fascino delle 6 o 7 partite in contemporanea la domenica alle 15; le pagelle che tanto piacciono a voi italiani, le dareste anche all’autista del tram che vi porta in centro; le polemiche arbitrali disegnate oggi su modernissimi maxischermi che fermano l’azione; le chiacchiere da bar da cui spesso vogliamo fuggire ma non troppo lontano, che poi ci mancano; gli arbitri appariscenti col gel nei capelli e lo spray in tasca stile Bart Simpson; i geniali cori da stadio che neanche a San Remo; le sempre più viral esultanze (la sviolinata di Gilardino che un po’ mi manca, il selfie di Totti, la mano sull’orecchio di Berardi, le rughe sul viso furbo e sorridente di Di Natale…) e la passione tipicamente italiana.

La passione che non troverete altrove, ascoltate uno straniero. Buon campionato, insomma.

Godiamocelo.

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Un pensamiento en “Ascoltate Uno Straniero

  1. Noi italiani subiamo sempre il fascino dello straniero, per quello ci lamentiamo del nostro calcio (negli anni ’90 meno in effetti) e ammiriamo la Ligue 1 o la Premiership o la Liga. Vogliamo le goleade spagnole e inglesi (i 5-3 o i 6-0). Vogliamo gli offensivi 4-2-4 e i 3-3-3-1. Invece ci becchiamo gli Atalanta-Chievo 0-0 su campo impraticabile.

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